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Pavia, c’è vita oltre l’industria?

Non era così diversa la Crissolo di Mario Soldati da quella che ci ha accolto pochi giorni fa, con il suo profumo di tradizioni montane e la sorgente del Po avvolta nella neve. Ma che dire del resto? Un viaggio nella Valle del Po non è solo un percorso di 400 kilometri tra piatti tipici e paesaggi mozzafiato, ma lo specchio stesso del nostro paese e dei suoi mutamenti. Sociali, economici, demografici, politici.

Ci pensavamo attraversando l’enorme distesa di aree abbandonate che circondano il centro di Pavia, nobile decaduta di quella Lombardia che per un secolo ha trainato l’economia e l’industria italiana. Quando Soldati passò per questa zona, nel 1956, molti di questi stabilimenti e capannoni erano ancora in fase di costruzione. Ci si preparava a un mezzo secolo di crescita economica inarrestabile, in cui aziende come Necchi, Snia, Neca, Siad o Magneti Marelli avrebbero dato lavoro a decine di migliaia di persone e spronato quell’economia dell’indotto composta da fornitori, artigiani, ristoratori, muratori e da tutti i professionisti legati più o meno a doppio filo con gli stabilimenti industriali della città. Anche le strade delle periferia sembrano ritagliate apposta per sostenere l’enorme afflusso di camion e operai che dal centro e le periferie si dirigevano agli stabilimenti dei cancelli.

Tutto finito a quanto pare, o quasi. Oggi Pavia conserva un polo ospedaliero e un’università in grado di rivaleggiare con le eccellenze mondiali, ma questo non basta per consolare i suoi abitanti dal ricordo della gloria passata. L’area dell’ex stabilimento Necchi è l’emblema del declino industriale di una città dove in questo momento un sesto del territorio urbano, circa 85 ettari, è composto da aree dismesse. In questo caso parliamo di 400mila metri quadrati ad appena un paio di chilometri dal centro storico ricoperti di vecchi scali ferroviari, capannoni in disuso, scheletri di edifici in cemento armato, ciminiere diroccate e tetti cadenti in lamiera. Solo la piccola porzione che si affaccia verso il centro della città, dove oggi ha sede la questura, ha trovato un utilizzo. Alle sue spalle, le uniche forme di vita presenti sono topi, piccioni e qualche senzatetto.

Abbiamo parlato con chi vive e lavora attorno all’area dismessa e che ancora ricorda gli anni frenetici del tran tran quotidiano, della calca di lavoratori alle sei e mezza del mattino ai banconi dei bar, delle prime automobili a cinque porte acquistate con i primi mutui di un paese che si sentiva invincibile. Pochi oggi credono che questi enormi siti abbandonati potranno trovare un nuovo utilizzo. E chi mai potrebbe far risorgere l’industria pavese? Non certo gli imprenditori italiani in fuga verso l’estero, né la cordata cinese che in pochi anni ha portato il Pavia Calcio al fallimento e all’iscrizione in Eccellenza. Intanto il piano di riqualifica Pavia 2020 si avvicina ogni giorno di più alla sua scadenza, senza che nessuno abbia ancora una soluzione chiara in mente. Cosa fare di tutto questo spazio vuoto, di tutto questo cemento e metallo piantato in città, come la Necchi, in vendita alla modica cifra di 24 milioni di euro?

Ci siamo fatti largo tra le macerie in cima a uno dei palazzi diroccati poco lontani dalla questura, provando a immaginare come sarebbe potuto sembrare negli anni del boom economico, gli stessi di Mario Soldati, quando oltre 3.000 operai varcavano ogni giorno i cancelli dello stabilimento. Il top del top della tessitoria mondiale. Vale la pena parlare di crisi economica durante un viaggio lungo il Po? Riflettere sulla deindustrializzazione del nostro paese, della disoccupazione che ci morde le ginocchia, di quali prospettive potranno avere le nostre città e la nostra generazione? Di certo, se c’è qualcosa di ancora più inutile, è passarci accanto senza nemmeno farci caso. È vero che la Valle del Po è cambiata – a volte in peggio – ma tanti luoghi che abbiamo visto e che stiamo visitando ci danno anche l’esempio opposto: quello di un’Italia che si sa reinventare giorno dopo giorno, che fa di necessità virtù e che sa sempre trovare un nuovo tracciato quando si ritrova a navigare in secca. Un po’ come il fiume lungo cui ci siamo incamminati, che cambia tracciato sotto ai nostri occhi lentamente e faticosamente, ma anche inesorabilmente. Se alcuni territori o città ci riescono meglio di altri non è per fortuna, ma per le singole virtù di chi ci vive e lavora: gliel’abbiamo visto negli occhi, ci siamo fatti raccontare le loro storie e abbiamo imparato qualcosa dal loro successo. Quindi non ti arrendere, Pavia: lasciati il passato alle spalle, ripulisci le macerie e reinventati. Abbi coraggio, tu come le tante piccole e medie città italiane di cui oggi sei l’emblema, tanto simili alla nostra Ferrara. C’è ancora vita oltre alla grande industria. L’Italia e la Valle del Po hanno bisogno di tutti noi.

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