Vi siete mai chiesti quanta acqua dolce ci resta?
26 aprile 2017
Pavia, c’è vita oltre l’industria?
4 maggio 2017

La scalata del Monviso, il Barolo e altre storie dei primi passi

25 Aprile 2017


Svegliarsi dopo meno di un’ora di sonno, per il viaggio nella Valle del Po abbiamo fatto anche questo.

Dopo appena 40 minuti di riposo, mi sono svegliato nel pieno della notte del mio paese, quella di Consandolo, quella che ancora, purtroppo, è in mano alla paura di Igor Il Russo.

È stato un viaggio intenso, fatto quasi in uno stato di trance, quello che ci ha portato dalle mura di Ferrara fino a Crissolo vicino a Cuneo, dove abbiamo incontrato il professor Stefano Fenoglio, docente dell’università del Piemonte Occintale.

Fenoglio, all’ombra del Monviso, ci ha illustrato il lato buio della favola del fiume Po, quella fatta della biosfera sana a monte, ma successivamente contaminata dalle acque salate, un tema che sarà approfondito nei prossimi giorni grazie agli incontri con diversi esperti.

In un attimo ci siamo ritrovati a scalare alla ricerca della sorgente del grande fiume:”Vedete quelle nevi sul dorso dei colli? – ci ha spiegato Marco, uno dei due guardiaparchi che ci ha accompagnato nella scalata – “quelle sono già il Po, perché è da loro che il fiume trova origine”.

Il fiato era corto, i lacci degli zaini stringevano sulle spalle mentre scalavamo il dorso del monte, ma alla fine ce l’abbiamo fatta: siamo arrivati alla sorgente che trova il proprio flusso in un piccolo ruscello che scorga da sotto il ghiaccio per poi diventare, a Ferrara, quell’enorme flusso liquido che divide il Veneto dall’Emilia Romagna.

È stato impressionante vedere quel piccolo rigagnolo così innocuo e pure, anche perché per noi, ferraresi doc, il Po è sempre stato una furia, un gigante liquido che per vederlo bisogna prendere l’auto e dirigersi verso Occhiobello, con tutte le comodità del caso.

Il nostro accampamento

Stavolta è stato diverso, il prezzo da pagare per poter assistere a quello spettacolo è stato il sudore, il peso del nostro corpo sulle giunture, ma proprio per questo il premio è stato più sentito mentre cercavamo in mezzo alle nebbie il monte Monviso che alla fine, grazie al soffio del vento, si è mostrato per poi tornare nascondersi poco dopo, coperto nuovamente dai fumi di vapore.

Durante la discesa tutte le energie erano protese verso pranzo al Ristorante Valle Po che ci ha ospitato proponendo la propria tipicità: la trota, cucinata in molteplici maniere.

Fritta, cruda, accompagnata alla pasta; il percorso culinario è iniziato dalla parte conclusiva della filiera produttiva e che poi è proseguito fino a dove la produzione trova le proprie radici: presso l’allevamento stesso da cui il ristorante “Valle del Po”, dove siamo stati ospiti, attinge a piene mani per il prodotto che serve sui tavoli.

La nostra tappa si è concluso a “La Virginia”, un agriturismo costruito grazie alle stesse pietre che si trovano sul fondo del fiume. Gianfranco, il proprietario del locale, ci ha accolti come fratelli, offrendo la sua parola e le sue storie annaffiate di vino rosso. 

Leggermente ebbri abbiamo sperimentato la Bagna Cauda, il piatto tipico piemontese per eccellenza.

Lo si serve in recipiente di ceramica, il fojòt, cavo alla base per contenere una candela che tiene perennemente caldo la preparazione fatta di aglio, acciughe, olio, burro e panna, il tutto ridotto a salsa dopo un’intensa cottura.

Mangiare la Bagna Cauda è il rito conviviale per eccellenza e noi non abbiamo disonorato quello che il piatto significa per i piemontesi, mentre Gianfranco raccontava di quando i contadini bagnavano i cardi in un recipiente unico stando in piedi e bagnando la propria gola col vino.

Il resto è stato un tripudio di parole, Barolo, liquori e chitarre, fino a quando la notte si è fatta vecchia e ci siamo abbandonati, dopo quasi due giorni, al sonno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *